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Ho trovato Bukuna in un lettino di uno dei tanti ospedaletti africani che ormai da anni sono abituato a frequentare: uno scricciolo di bambina di un paio di anni, due occhi grandi da cerbiatto spaventato, ciglia lunghe girate in su, bellissime che nessun truccatore da noi potrebbe fare di meglio. Bukuna è una dei tanti bimbi che ancora oggi appartengono al mondo dei vinti, un uccellino indifeso, fragile che la Natura ha creato con cura, ma la povertà e l’ignoranza rendono precario.
Viene portata d’urgenza di sera dalla mamma, una giovane ragazza samburu bellissima avvolta nelle sue stoffe colorate, collane di perline in testa e al collo. Bukuna non respira più, grosse tumefazioni di linfonodi al collo la stanno soffocando. Una tracheostomia d’urgenza, di notte, con infermieri non preparati, attrezzatura raffazzonata: è un’impresa anche per un “vecchio” d’Africa: il sudore, lo stress, l’ansia che la bimba smetta di respirare di colpo; le mosche samburu abituate a convivere con gli umani non si muovono neanche se le schiacci.
Nassir, il medico africano, lavora con calma, abituato a queste urgenze, forse anche con un briciolo di fatalismo e alla fine riusciamo a posizionare la cannula in trachea, e Bukuna riprende a respirare gocciolante di sudore, gli occhi enormi spaventati. Mezzora è sembrata un’eternità.

E il giorno dopo nella piccola “intensive care unit”, oltre a Bukuna, scorgo Sylas, un piccolo samburu di poco più di un anno: un morso di serpente (red cobra) al collo, mentre dormiva in capanna qualche giorno prima: sta meglio ed è pronto a ritornarsene a casa con la madre. E infine Jannet, ragazza di circa 20 anni, gravemente ustionata: epilettica caduta nel fuoco in capanna almeno 15 giorni prima. E’ una sofferenza ogni volta che la medichi; abbiamo bisogno di sangue per poterla operare e fare i trapianti di pelle. La madre ci offre il sangue del cammello: ringraziamo ma le spieghiamo con calma che non possiamo accettare.

Vicino al piccolo ospedale un gruppetto di giovani suore indiane, le Nirmala sisters, tengono una casa famiglia di ragazzi gravemente disabili ed abbandonati: un altro pugno nello stomaco. Faccio fatica a vedere un essere umano in questi piccoli corpi contorti dalla malattia: la paralisi cerebrale infantile è un cervello più o meno distrutto (quasi sempre da parti complicati), che non comanda più membra rigide e distorte come radici di un albero. Sono bambini che si muovono a fatica, strisciano o passano gli anni su vecchie e malandate carrozzine; altri rannicchiati nel letto senza un futuro, cateteri urinari a permanenza e decubiti. E poi guardo queste suorine indaffarate, occhi dolci sorridenti, voglia di vivere e scherzare….ma pronte a pulire le cacca e il piscio in qualunque ora del giorno e della notte, a parlare con chi per me è difficile vedere come persona.
Perché a qualcuno troppo e a qualcuno niente? E da questi sotterranei della storia, come direbbe Alex Zanotelli, il pensiero non può non salire a Dio: il Dio dei poveri, di Bukuna, delle Nirmala sisters.

E così sempre più mi rendo conto che l’Africa è un crogiuolo di perle rare e preziose per la vita: non sono i diamanti insanguinati della Sierra Leone, o il petrolio del Sudan o l’oro del Congo le vere gemme dell’Africa. Per scoprirle devi avere l’umiltà di cercare le persone più insignificanti, emarginate, che non contano niente … stare con loro, parlarci assieme, con calma, a lungo: è lì che trovi i veri tesori.

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